Fedeltà a cosa?

Entro i limiti di questa breve presentazione, non posso che offrire una descrizione per sommi capi del mio concetto di traduzione, pervasa di inevitabili ellissi e carente nel menzionare i molti autori che hanno contribuito a dargli forma. Inoltre, non vi è spazio per esaminare in profondità le diverse teorie sul processo di traduzione che ho considerato e respinto. Invece, mi concentrerò su un unico concetto chiave: la fedeltà. In traduzione, la fedeltà ha la precedenza sull'atto del tradurre: è questa la mia argomentazione, che alla fine spiegherò con 1709 parole francesi.

L'idea che il testo di partenza sia sacrosanto e debba essere reso parola per parola non è il principio di traduzione più antico. Gli autori classici, come Cicerone e Orazio, ammonivano i traduttori nei confronti di un'interpretazione troppo letterale. Tuttavia, le prime traduzioni bibliche in latino si aggrappavano tenacemente alla fonte. La fedeltà alla parola divina era di primaria importanza e non poteva essere compromessa. Persino San Girolamo, che, alla fine del IV secolo d.C., riconosceva i limiti di questo approccio ad verbum, definendo le sue traduzioni (non-bibliche) ad sensum, vale a dire interessate soprattutto a un'equivalenza di significato, fece un'eccezione nel caso della traduzione biblica. La deferenza verso la parola originale ritornerà in una veste diversa nel Rinascimento, mentre in seguito, nel corso del XVII secolo, sul fronte opposto, D’Ablancourt, Abraham Cowley e le loro "belles infidèles"— traduzioni così libere che danzano al di fuori dei campi semantici del testo fonte — obbediranno a un'altra (o è fondamentalmente la stessa?) fedeltà: la "voce" dell'originale.

Ogni modello di traduzione che si basi unicamente sulla possibilità di travasare un linguaggio in un altro, in termini puramente semantici, non potrà mai produrre alcunché di superiore a una traduzione automatica. L'abbandono della fedeltà assoluta alla parola è essenzialmente un riconoscimento al fatto che la traduzione, guardando oltre le parole, debba anche essere fedele al mondo. A un certo punto, dobbiamo spingerci al di là delle lingue di partenza e di arrivo per interrogare la realtà di quanto viene descritto. Altrimenti, le possibilità di fraintendimento sono infinite, persino al livello più elementare. «C'è stato un omicidio nell'orto urbano». Il sistema legale espresso nella lingua di arrivo chiamerebbe questo un delitto, un omicidio o una morte accidentale? E come tradurremmo la nozione di orto urbano in inuit? Non possiamo veicolare con successo un significato sostituendo semplicemente le parole attinte da un qualche apparato di codificazione o decifrazione, come un dizionario. Non possiamo essere fedeli a un discorso sul mondo senza osservare quello stesso mondo, che sia il mondo degli omicidi e degli orti urbani o la sfera delle idee. Una forma debole di incommensurabilità (l'impossibilità di una traduzione parola per parola) esiste in tutte le lingue. L'incommensurabilità non riconosciuta è deleteria; se riconosciuta, può trasformarsi in una buona traduzione.

Nel nostro campo, le scienze umane e sociali, i testi tendono a essere ontologicamente commensurabili, poiché esiste una pratica condivisa nel mondo accademico e un episteme comune. Inoltre, se parliamo della traduzione tra francese e inglese, per esempio, considerata la congruenza strutturale di queste lingue, ci aspetteremmo un livello molto elevato di traducibilità, nonostante alcuni concetti, come la sécularité, siano notoriamente difficili da tradurre. Salvo tali concetti problematici (pur notando come questi casi isolati abbiano soluzioni relativamente semplici: note a piè di pagina o note del traduttore, per esempio), il compito del traduttore dovrebbe quindi risultare difficile ma chiaro. Le idee centrali e gli argomenti specifici del discorso accademico che si ritrovano in una lingua si possono replicare, in virtù di un sistema di convenzioni linguistiche in grado di generare delle frasi ben costruite, in un'altra — non necessariamente parola per parola, o persino frase per frase, ma, ove occorra, tramite parafrasi, come facevano gli eruditi arabi all'inizio del Medioevo nel caso delle opere di Aristotele. È possibile trasmettere il senso di sécularité a un americano; è possibile spiegare il nostro omicidio nell'orto urbano a un lettore inuit senza perdita di significato.

I traduttori e i revisori del mio team non sono solo esperti linguisti, ma hanno anche compiuto un percorso accademico nelle discipline pertinenti; assegno la traduzione dei testi nei settori a loro familiari. Che cosa potrebbe andare storto? Che cosa potrebbe andare perso nella traduzione?

Quando Derrida parlava di ciò che definiva “il compito necessario e impossibile della traduzione”, in un certo senso, stava riecheggiando un'idea di Leonardo Bruni, all'alba del Rinascimento, sull'energia latente delle parole, un'energia che deve essere liberata se non si vuole perdere il potere del linguaggio di generare significato in sé e per sé, nelle giustapposizioni e associazioni che organizza all'interno di una sintassi non riproducibile. L'energia misteriosa delle parole potrebbe non sopravvivere al trasferimento da un veicolo linguistico a un altro, ma sprofondare apaticamente nel sedile del passeggero. E questo mi pare che ci riconduca a Girolamo. Girolamo era riluttante ad applicare l'approccio ad sensum alle Sacre Scritture poiché riteneva che la sintassi originale fosse un mistero. Non osava alterare le imponderabili intenzioni divine. Il testo e il suo autore erano, a un certo livello, imperscrutabili.

È come se la perfetta traduzione potesse essere raggiunta solo da un autore divino che fosse in grado di formulare simultaneamente pensieri e intenzioni, non appena si diffondono nella sua coscienza, in ogni lingua possibile. Ed è quanto intendeva Derrida quando disse che “l'originale è il primo debitore, il primo postulante; esso comincia a manifestare una mancanza e a volere la traduzione."

E infine, eccolo: lo spettro della “traduzione perfetta”, la traduzione che è allo stesso tempo fedele a ogni aspetto della polifonia del testo di partenza, al campo delle idee di cui tratta, alla naturalezza della lingua d'arrivo... ed è ancora una replica esatta! Deve trasformarsi e pur rimanere uguale. Una sfida impossibile!

Ma senza scomodare gli dei, un autore umano, scrivendo nell'ambito di un discorso condiviso, ha il diritto di essere imperscrutabile? Per chi altri un autore potrebbe essere meno imperscrutabile che per se stesso? Samuel Beckett, quando intraprese per due anni l'arduo compito di tradurre L’Innommable, divenne un paradigma supremo di trasparenza e nel contempo il suo stesso lettore: quel lettore, il lettore proiettato della sua traduzione, lavorò diligentemente al suo fianco. Collaborando insieme, i componenti della squadra di Beckett effettuarono molti cambiamenti all'ordine delle parole e, in modo più significativo, al cuore delle immagini, che divennero più specifiche, più mordaci, più sardoniche. Le sue intenzioni erano cambiate, oppure, attraverso il prisma dell'inglese, vedeva quelle stesse intenzioni in modo diverso? The Unnameable è fedele a L’Innommable? Il traduttore, Mr Beckett, è stato fedele all'autore, Monsieur Beckett?

L'autore non è un dio; né il traduttore è il suo oracolo. Forse è dovere del traduttore impegnarsi verso un ideale impossibile di fedeltà. Per parafrasare le ultime parole de L’Innommable, il traduttore deve continuare, anche se non è in grado di farlo. Tuttavia, considero l'impresa di Beckett come il supremo esempio di ciò che Paul Ricoeur definiva "ospitalità linguistica": il traduttore ricorda le risorse nascoste del suo linguaggio, si addolora per l'alterità non assimilabile della fonte, ma alla fine gioisce per la ricchezza del nuovo dialogo interlinguistico.

La condizione di autore e la traduzione presuppongono entrambe una frammentazione post-Babele del linguaggio e della sua unicità: non esiste una lingua condivisa, ma condividiamo ancora il linguaggio. Tramite il veicolo del linguaggio l'autore iscrive dei pensieri e con essi si proietta in avanti. La scrittura è sempre un cerchio spezzato — spezzato dalla sua intersezione con il mondo. Questo cerchio frustrato si estende in un arco, mentre l'autore ne coglie il significato proprio durante l'atto della scrittura. Il suo lavoro è un palinsesto di riconcettualizzazioni, la traiettoria finale dei pensieri composta da ricalibrazioni quasi invisibili. Il traduttore deve seguire questo arco. Proprio quando la traduzione diventa, in un certo senso, l'originale, così anche il traduttore diventa l'autore. Pertanto, a un livello pratico, ogni traduttore che inizi il suo lavoro traducendo anche solo il titolo di un testo tradisce l'autore, il lettore e l'arte stessa della traduzione. La fedeltà a questo arco, mentre trapassa le idee, l'apparato critico e le metodologie delle nostre diverse discipline; la fedeltà a ciò che promuove l'argomento, ai passi sicuri, ai passi falsi, alla sua lotta per la chiarezza è ciò che autorizza l'autore a iniziare la trasformazione del testo. Il suo obiettivo finale deve essere tracciare questo arco, ricreando così il legame tra autore e lettore.

Ho iniziato a scrivere questa presentazione direttamente in francese, lingua che leggo da una vita, ma che non riesco ancora a parlare con sicurezza. Dopo due paragrafi, ho dovuto continuare in inglese. Qualcosa mi era invisibile: la logica della mia argomentazione, la consecutività dei miei pensieri. Non riuscivo a vedere dove stavo andando. Tutto risultava chiaro fino alla fine della frase, ma al di là di essa si increspava in alti flutti un mare di parole, occultando l'orizzonte del pensiero. Il primo paragrafo l'ho pensato in francese; il secondo si è rivelato una lotta: l'inglese si insinuava e io traducevo simultaneamente. Al terzo paragrafo, annegavo sotto il peso delle parole. Cosa occultavano alla vista quegli alti marosi? Perché alla fine ho dovuto ritornare all'inglese, per concepire "quello che volevo dire nella sua interezza"? Questo movimento completo del pensiero era ciò che temevo di tradire, ed è per esso che sono ritornato sulla terra ferma, infine, per tradurre. Da lì, punto di osservazione del traduttore, l'arco risultava chiaramente visibile.

Mark Mellor
Cadenza Academic Translations
Exeter
30 settembre 2014